Il festival numero 65 della canzone italiana di Sanremo ha visto decretato il successo di Carlo Conti e della sua edizione, il popolare volto toscano ha già dichiarato che non farà una seconda edizione il prossimo anno, anche perché è cosciente che è difficile ripetersi in un ambiente a così alta concorrenza. Lo share è stato a livelli da record per tutte le 5 serate, proponendo come al solito un mix di varietà e rassegna canora, che spesso fa storcere il naso ai puristi. Ma il festival davvero rappresenta la musica italiana? A questa difficile domanda forse è meglio rispondere con una premessa su cosa si intende per musica italiana. La nostra musica leggera si è sviluppata insieme a quella degli altri paesi europei su imitazione dei modelli americani. Già a partire dagli anni ’50 con lo swing e le prime orchestre per poi trasformarsi nel pop rock degli anni Sessanta. Ma fino alla fine di questo decennio il nostro panorama musicale è stato quasi tutto emulativo, mai originale, modellato non solo sul calco americano ma spesso anche sulla sua derivazione inglese. La vera innovazione fu da un lato il fiorire dei cantautori, chiamati così perché oltre a cantare si scrivevano anche le loro canzoni, fatto molto inusuale in Italia, considerando che in Inghilterra Lennon e McCartney cominciarono fin dal primo album come autori. Dall’altro la nascita di radio ed etichette indipendenti portò a una sperimentazione nel gusto degli italiani, che aprirono ad altri generi più impegnati o comunque non semplicemente beat, come l’hard rock, il progressive, con il nascere delle prime band che spesso erano formate da valenti musicisti di supporto (come è il caso della PFM).

La musica italiana degli anni settanta, nonostante sia dominata nelle classifiche dal pop, vede il nascere di quei gruppi rock di qualità che le hanno dato una certa nobiltà riconosciuta anche in ambito internazionale. I cantautori da canto loro non rimanevano legati a una semplice espressività intima infarcita di venature folk. Spesso, pur traendo spunto da giganti affermati come Bob Dylan o Leonard Cohen essi trovavano una dimensione locale, legata al contesto italiano, con esperimenti talmente interessanti da divenire degli archetipi di una certa musica di qualità d’’autore. E’ il caso di Fabrizio De Andrè che nell’album Creuza de Ma riesce a fondere il dialetto genovese con una musica folk di ispirazione tradizionale a tinture mediterranea, dal sapore agreste, ma caldo, in un pastiche unico nel suo genere. Dunque, se la musica italiana di qualità è stata soprattutto questa, cosa succedeva a Sanremo negli stessi anni? Prima della grandeur televisiva rilanciata da Pippo Baudo sul finire degli anni ottanta, la rassegna sanremese era caduta in disgrazia. Rai TV e radio trasmettevano solo la serata finale, i cantanti si esibivano in playback ed era semplice difficile e complicato richiamare i grandi nomi del cantautorato. I re delle classifiche di vendita erano Baglioni, Battisti, Venditti, De Gregori, i Pooh, Franco Battiato, tutti assenti dal palcoscenico di Sanremo. Si andava definendo la categoria del cantante da Sanremo, uno come Toto Cutugno per esempio, autentico mattatore della trasmissione, che pure riuscì a vendere molto con la sua canzone L’Italiano. Sanremo fu perciò importante principalmente non come rassegna del meglio della nostra musica (fenomeni rock come i Litfiba venivano ignorati anche dalle radio mainstream) per lanciare autori che avrebbero dominato le classifiche negli anni a venire: Vasco Rossi, Ramazzotti, Zucchero, Laura Pausini, Elisa, Andrea Bocelli, fino ad arrivare ai più recenti Negramaro. Quasi mai vincitori, questi autori trovarono la consolazione più che ripagante nelle classifiche, dimostrando che il ruolo principale del festival era diventato ormai quello promozionale.