Con la pubblicazione di tutti gli album in vinile, i Pink Floyd stanno dando una lucidata al loro ricco catalogo di album che include 15 composizioni lunghe più una raccolta di singoli e varie collezioni più o meno interessanti, sempre più pensate per un pubblico di appassionati.

Nel corso della loro lunga storia la band di Cambridge ha sviluppato una propria ricerca sonora e musicale, che nel corso degli anni ’70 del ‘900 ha trovato una espressività matura e completa, anche grazie al concorso di testi sempre più pregnanti e impegnati. Il successo commerciale ha accompagnato i Pink Floyd per lungo tempo e ancora oggi sono la band col catalogo più datato, insieme ai Beatles, a vendere di più al mondo. Si stima che oltre 250 milioni di copie fisiche siano state vendute nel corso della loro carriera, il che li pone proprio dietro i Fab Four tra le band dal maggior successo. Il tutto senza aver mai prodotto realmente singoli da classifica, con qualche piccola eccezione.

Questa è una graduatoria personale dei migliori album della band, tenendo conto che chi scrive è un musicista, grande appassionato, conosce ogni dettaglio delle loro incisioni, ha visto dei concerti della band nel 1994 e di Roger Waters e David Gilmour in epoche più recenti. Quindi è la classifica di un esperto si, ma con dei gusti personali.

10. The Final Cut – album prodotto principalmente da Roger Waters, rappresenta probabilmente l’apice dal punto di vista lirico. La chitarra di Gilmour è sorda e tagliente, ma non ridondante. La musica è principalmente fatta da scarti di The Wall, ma in realtà è molto intima, suadente, persuasiva e ha una produzione eccellente sotto ogni punto di vista.

9. The Division Bell – l’album nel quale Gilmour e Wright prendono pieno possesso della band, dal punto di vista artistico. I testi non sono niente di che, neppure quelli ritoccati da Polly Sampson, mancano dell’elettricità e dell’espressività caustica di Waters, ma le musiche sono abbastanza convincente da giustificare oltre 11 milioni di copie vendute. In particolare High Hopes è una delle migliori canzoni mai prodotte dal gruppo nella sua storia.

8. The Piper At The Gates Of Dawn – i Pink Floyd erano consci di dovere molto a Syd Barrett e al suo primigenio e primitivo successo come song writer. Ma è anche vero che con lui non sarebbero andati da nessuna parte. Questo album contiene sufficienti spunti per dare un’idea della direzione che avrebbero preso i Pink Floyd nel futuro (Interstellar Overdrive) ed è anche un manifesto della moda psichedelica del tempo.

7. A Saucerful Of Secrets – il capolavoro progressive dei Pink Floyd nel quale si fondono elementi di hard rock (Let There Be More Light) con le suggestioni da musica concreta della title track. L’ultimo bagliore di Barrett risplende in piccole gemme come Corporal Clegg, mentre Remember a Day è uno dei migliori pezzi di Wright.

6. Ummagumma – album a doppia facciata, in particolare quella live è una grande testimonianza della potenza sonora della band nei suoi primi anni. I cavalli di battaglia progressive e psichedelici vengono espansi, dilatati e trovano una nuova forma. La seconda parte è sperimentale, ma auto-indulgente con pochi momenti di vera grazia.

5. The Wall – doppio album mastodontico progettato da Roger Waters nel periodo del massacrante tour del 1977. Vendutissimo grazie a un inno pop-dance come Another Brick In The Wall, è un concept album molto differente dai precedenti. Le canzoni sono brevi, molto melodiche, con una produzione francamente scintillante che porta alla pubblicazione di classici intramontabili come Hey You, Mother e soprattutto Comfortably Numb, un pezzo di Gilmour provinato per il suo album solista e riadattato per l’occasione.

4. Meddle – è l’album della definitiva consacrazione almeno in Europa e del primo sbarco in America dopo le vendite convincenti di Atom Heart Mother. Contiene la suite-archetipo capolavoro Echoes, scritta a quattro mani dalla band e una mini suite che ricalca in qualche modo le suggestioni spaziali di Dr. Who (One Of These Days). Waters per la prima volta prende dimestichezza con testi importanti sulla vita quotidiana, mentre Gilmour e Wright definiscono compiutamente il vero sound dei Floyd.

3. Animals – album spesso sottovalutato solo perché ha venduto meno dei due precedenti (comunque oltre 11 milioni di copie al giorno d’oggi), presenta una band in stato di grazia, che tira fuori dei pezzi rock selvaggi, duri, crudi, con momenti di vero hard a una velocità inconsueta (è il caso della galoppante e meravigliosa Sheep). “Dogs” scritta da Gilmour e Waters vale da sola una mezza discografia di band molto celebrate.

2. The Dark Side Of The Moon – l’album della ricchezza materiale, che ha consentito la svolta. Prodotto raffinato, dalla produzione scintillante, moderna, una vera e propria esperienza sonora insieme a delle liriche diretta, personali, intime, che parlano di noi. Il segreto della sua longevità è tutto qui: nel fatto che sa ancora coinvolgere ed emozionare. Paradossalmente il pezzo più bello è quasi privo di testi (The Great Gig In The Sky).

1. Wish You Were Here – definisce al meglio il punto di arrivo dei Pink Floyd, il loro apice lirico e soprattutto sonoro. Soprattuto nella suite Shine On You Crazy Diamond, dominata dalla chitarra di Gilmour e dall’astrale tappeto sonoro di Wright. La title track è elegiaca al punto giusto, mentre Have a Cigar e Welcome To The Machine sono spietate nella loro satira contro l’industria musicale del periodo.

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