Quel che sorprende della storia della radio italiana è l’incredibile gioventù che l’ha formata. Al di là della grande giungla delle radio libere e indipendenti, le vere concorrenti di RADIO RAI furono sicuramente – all’inizio – Radio Montecarlo e Radio One-o-One, capitanate da personaggi poi diventati autentiche leggende del mondo radiofonico: Awanagana e Claudio Cecchetto. Erano anni, quelli della metà degli anni Settanta, contraddistinti da violenza politica, voglia di ribellione, stagnazione economica e grande musica. In Italia le produzioni dei cantautori stavano raggiungendo picchi elevati anche negli arrangiamenti, grazie all’influenza degli studi di registrazione americana e alla nascita di credibili complessi rock che non si limitavano a imitare sterilmente i Beatles o i Rolling Stones. Il nucleo della PFM accompagnava prima Battisti e poi De André, anche le produzioni più tipicamente folk ora si lasciavano andare a produzioni più ambiziose. La radio c’era per trasmettere interi LP di musica di importazione di qualità, come quella dei Genesis, dei Pink Floyd, dei Led Zeppelin, di David Bowie e di tanti mostri sacri inglesi e americani. Questa ondata di musica colta portò anche un linguaggio nuovo e fu merito particolarmente di DJ che capivano come funzionava il mercato musicale. E’ il caso proprio del gruppo che ruotava intorno a Radio One-o-One, con Giggio d’Ambrosio e Claudio Cecchetto in prima linea.

La musica trasmessa da RADIO RAI era più tradizionalista, la musica di importazione rock, non commerciale, tendente al progressive, raramente veniva passata in radio RAI dai programmi come Hit Parade del mitico Lelio Luttazzi. Allora come oggi le classifiche dei singoli erano dominate da pezzi pop leggeri, e la disco stava per irrompere col suo carico di bass and drums e linguaggio leggero e innocuo. Se rock ‘n roll doveva essere, meglio quello avanzato e d’avanguardia. Nel libro sulla storia della radio La Radio… che storia di Paolo del Forno e Francesco Perilli (ed. Larus), Giggio D’Ambrosio ricorda di come casualmente si trovò a condurre un programma presentando proprio quel genere di musica. Erano anni di estremismo politico, ma anche di estremismi sperimentali. In un’epoca nella quale il satellite è nelle nostre case da anni e ci porta le radio in tv, le riprese di una trasmissione radiofonica erano veramente una rivoluzione. Capitava con Telemilano, un tv praticamente hardcore, all’avanguardia su tutto, considerato il consumo di film per adulti su internet, che mandava in onda spezzoni di trasmissioni radio in diretta, prima di venire chiusa dalla polizia.

Quell’esperienza fu simile a molte altre. Anche Gerry Scotti, oggi un decano della tv per famiglie, è passato da esperienze radiofoniche a dir poco rocambolesche, visto che si occupava, all’inizio di catalogare i dischi da mandare in onda secondo un principio di genere. Solo che una mattina il conduttore ufficiale non si presentò e toccò a lui sostituirlo, con il solito ordine di dire qualcosa tra un disco e l’altro, a dimostrazione che allora l’accento era messo sulla musica. Episodi come questo sono all’ordine del giorno nella storia della radio italiana e dimostrano che l’avventura è segno tangibile di un’esperienza molto formativa per tanti professionistici, che ancora oggi calcano le scene con successo (il caso di Leone di Lernia, massimo esempio di trash radiofonico, dalla lunga gavetta). Oggi in radio spesso finiscono personaggi che hanno smesso di essere famosi in tv e trovano rifugio sicuro tra un microfono e una sedia, discutendo amabilmente di qualsiasi argomento.