Con l’annuncio dei nuovi concerti di David Gilmour in Italia, approfittiamone per conoscere meglio il materiale passato dei Pink Floyd, uno dei gruppi di maggior successo e più influenti della musica contemporanea, che ha all’attivo 15 album registrati in studio a partire dal 1967 e che nella formazione classica formata da Roger Waters, David Gilmour, Nick Mason e Richard Wright ha sfornato album capolavoro come The Dark Side Of The Moon, Wish You Were Here e The Wall.

Qui di seguito una classifica delle 17 canzoni più belle e rappresentative del gruppo, ricordando che i Pink Floyd non sono mai stati un gruppo da singoli da mandare in radio, ma più una band da album concettuali che hanno saputo unire tematiche universali con una straordinaria innovazione musicale, che raramente ha ceduto all’autocompiacimento o al virtuosismo fine a sé stesso.

17. High Hopes (1994, The Division Bell) – la suite di chiusura della carriera dei Pink Floyd, considerando che The Endless River è formato da outtakes di The Division Bell, ultima in ordine di apparizione in questo album del 1994 è una composizione malinconica, una ballata rock che si dipana tra stanze acustiche e marce funeree, fino al commovente assolo finale di David Gilmour, per un ultimo sussulto prima di chiudere la porta per sempre.

16. Another Brick in The Wall Pt 2 (1979, The Wall) – sfortunatamente per i fans più devoti e accaniti, questo celebre inno di protesta in salsa disco, è il pezzo più conosciuto della loro discografia, in quanto è l’unico singolo dei Pink Floyd, tra i pochi pubblicati, ad aver raggiunto il n. 1 di Billboard e aver venduto da solo oltre 5 milioni di copie, che si aggiungono alle 30 del doppio disco. Il testo è rilevante e l’idea di mettere i bambini a cantare, benché non originale è audace e in linea con le tematiche dell’album. L’assolo finale di Gilmour impreziosisce uno dei pezzi “meno Pink Floyd” della loro discografia.

15. Set The Controls For The Heart Of The Sun (1968, A Saucerful Of Secrets) – prima vera prova compositiva di Roger Waters sospesa tra la vocazione space rock dell’era di Syd Barrett e la nuova tentazione sinfonica. E’ un pezzo cupo, che trova la sua miglior espressione nelle versioni live di quegli anni, dilatato a dismisura, rappresenta una prova corale decisiva nella formazione musicale della band.

14. Have A Cigar (1975, Wish You Were Here) – uno dei due brani dell’intero catalogo del gruppo a non essere cantato da uno dei membri ufficiali, vede alla voce il cantante folk britannico Roy Harper, perché né Waters, né Gilmour erano soddisfatti della loro registrazione (molto bassa per un’intonazione più alta). Il testo di Waters è graffiante, ma brilla la scintillante chitarra rock-blues di Gilmour con un riff iniziale portentoso, che duella con il sintetizzatore di Wright.

13. Mother (1979, The Wall) – ballata impegnativa di Waters che analizza il ruolo di una madre troppo protettiva e ansiosa, all’interno della storia concettuale presentata nel doppio album The Wall. La melodia è riuscita e lo scambio di voci tra l’autore e Gilmour è un dialogo serrato che intenerisce. La sezione ritmica è rilevante per la batteria di Jeff Porcaro, che sorregge l’intero brano con una grazia che rasenta la perfezione.

12. The Great Gig in The Sky (1973, The Dark Side Of The Moon) – interpretata in modo spontaneo e immediato da Clare Torry, questa mini suite per piano composta da Richard Wright coglie alla perfezione l’essenza del quartetto inglese, che con poche note e molta inventiva, è sempre riuscito a trasmettere un ventaglio di emozioni molto forti. Pezzo che parla della morte in modo accorato e onirico.

11. A Saucerful Of Secrets (1968, A Saucerful of Secrets) – capolavoro di musica concreta e moderna, che rivaleggia con i compositori più celebrati della seconda metà del Novecento, nella versione dell’album eponimo riesce a coniugare ambizione musicale a sperimentalismo, in un’epoca dominata dal rock-blues e dal pop. Straordinaria nelle performance live, come si può evincere dall’entusiastica accoglienza del pubblico nel live Ummagumma.

10. Sheep (1977, Animals) – il brano simbolo di Animals coniuga melodia, rock duro, ritmo veloce e un testo incredibilmente aggressivo e tenebroso, minaccioso. Interpretata magistralmente da un gruppo in stato di grazia, Sheep è inquietante per il suo incedere, che sfocia in una terrificante marcia rock sugli accordi spaziosi di Gilmour che lungo tutto il brano costruisce un tappeto tagliente e molesto, di eccezionale qualità.

9. Interstellar Overdrive (1967, The Piper At The Gates Of Dawn) – dopo che sfornarono i primi singoli a firma Barrett (See Emily Play, Arnold Layne) la Emi insistette perché il primo album fosse formato da canzoni sui 3 minuti, ideali per la radio. I quattro non erano d’accordo, ma dovettero adeguarsi, accontentandosi di uno spazio di 10 minuti per l’improvvisazione: il risultato è uno spettacolare rock elettrico e lisergico, che coglie appieno alla perfezione l’estasi sonora rappresentata da Syd Barrett.

8. Hey You (1979, The Wall) – brano rock classico di apertura della seconda parte di The Wall, con un’interpretazione magistrale di Gilmour che oltre alla voce e alla chitarra, qui (non è la prima volta) sfoggia anche le sue abilità nel basso fretless. Il testo è ancora una volta perfetto e l’atmosfera vagamente sognante della canzone narra più di un incubo che di un sonno riposante.

7. Money (1973, The Dark Side Of The Moon) – singolo trainante dell’album del 1973, tra suoni di registratori di cassa e monete tintinnanti, Money è atipico per il suo ritmo e certamente per il testo sarcastico e penetrante. Classico brano senza ritornello, ha una parte centrale molto blues rock, dominata dalla chitarra distorta di Gilmour, cui si affianca una parte di batteria nevrotica e caotica come la vita moderna di cui si fa critica.

6. Brain Damage / Eclipse (1973, The Dark Side Of The Moon) – doppio brano di chiusura di Dark Side, solitamente presentato in questa forma nelle radio e nei programmi di streaming, contrassegnato da un climax finale nel quale il gruppo si libera in un canto armonioso a più voci, che non si sentirà più. La chiusura perfetta, un finale epico che riconcilia e mette in pace i nervi dopo la fase centrale dell’album, molto impegnativa e per nulla rilassata.

5. Wish You Were Here (1975, Wish You Were Here) – la ballata rock per definizione, fu scritta da Gilmour e Waters in uno stato di eccezionale grazia, dove anche le intuizioni più semplici si trasformavano in geniali pezzi destinati a fare storia. L’unione perfetta di musica e parole restituisce un pezzo che trova pochi eguali, per compostezza, semplicità e melodia.

4. Time (1973, The Dark Side Of The Moon) – brano che rappresenta la somma delle parti al meglio e probabilmente il picco di Waters come paroliere ufficiale del gruppo, benché la musica si sviluppi intorno a una frase di Gilmour ben lavorata dai quattro, in un momento di massima creatività. Il testo è eccezionale nel rappresentare alla perfezione lo stato d’animo mentale del tempo che passa, l’innovazione musicale della celebre introduzione è senza eguali, mentre il cantato di Gilmour e Wright si fonde perfettamente col tappeto sonoro, nel quale spicca un celebre intermezzo chitarristico da non perdere.

3. Echoes (1971, Meddle) – nei primi anni della carriera, prima di raggiungere il successo planetario, i Pink Floyd erano molto famosi in Europa. Ma erano comunque considerati un gruppo di nicchia, a causa delle lunghe sperimentazioni musicali. Echoes rappresenta il vertice di questa fase, con un pastiche rock progressivo e psichedelico, che rappresenta l’addio a una particolare atmosfera musicale, sospesa tra metafore e suggestioni naturali, per lasciare il posto alle vertigini della vita quotidiana.

2. Comfortably Numb (1979, The Wall) – ancora una volta la collaborazione Gilmour-Waters porta buoni frutti, anzi eccellenti, perché qui parliamo di una ballata pop-rock di eccezionale fattura, resa celebre sia per il testo, sapientemente poetico e narrativo, sia per il pregevole lavoro chitarristico di Gilmour, che nella coda finale raggiunge uno dei massimi risultati nell’ambito della musica rock di ogni tempo. E’ anche una canzone perfetta per illustrare la grande maestria in sede di produzione e arrangiamento del gruppo, da sempre un fiore all’occhiello della band: l’orchestra minimalista si insinua senza essere mai invasiva. La parte ritmica sorregge il brano, cupo nel suo incedere, senza mai renderlo funereo e dolente. La liberazione finale dell’assolo procede lungo un sentiero sempre ispirato, mai banale, che non cede il passo allo sterile virtuosismo degli eroi della chitarra. Come un filo luminoso che indica l’uscita dal labirinto oscuro.

1. Shine On You Crazy Diamond (1975, Wish You Were Here) – la composizione più lunga della band, divisa in due lunghe stanze, è anche quella più bella e probabilmente la migliore, la vetta della produzione artistica pinkfloydiana. Non è però solo la summa: è la storia, è il ricordo di Barrett che si insinua nella nuova formazione, nel momento di massimo successo mondiale. Una musica di superba qualità che procede con un senso di colpa latente, che pian piano esplode fino all’elegia del canto, che ha delle parole appropriate per il tono della canzone. La parte musicale gira intorno alla chitarra di Gilmour e alla tastiere di Richard Wright, che si inseguono su ritmi diversi, in ciascuna delle nove parti in cui è diviso il brano. Sicuramente il massimo della poetica del gruppo, a proprio agio nel raccontare la sua storia con delicatezza e sapienza inarrivabili.