Il Carnevale non è festeggiato adeguatamente, se non è seguito da una serie di festeggiamenti in maschera, che lasciano intendere un abbandono a una diversa identità.

Componenti essenziali e indispensabili a ogni latitudine della festa del Carnevale sono le maschere. La loro origine e la loro natura è ampiamente discussa, ma il loro valore antropologico sembra arrivare fino a noi. Piuttosto però che pretendere di farle risalire all’età classica antica, cioè l’età della Grecia del V secolo e successivi e di Roma dalle guerre puniche all’età augustea, sembra più corretto considerarle come esseri appartenenti al mondo degli Inferi. Una cultura della morte molto presente nelle civiltà primordiali, che si manifesta facendo comparire in scena demoni e anime dei morti. Questo carattere infernale, quasi diabolico è ovunque riconoscibile, basta fare attenzione, nei principali tipi di maschere, soprattutto per particolari tipi di costume (una maschera nera, fiammante vestito a losanghe di vari colori per il celebre Arlecchino, un volto che per metà rimane bianco e per metà nero, col camice bianco nella classica Pulcinella napoletana). Tra le più tipiche maschere regionali italiane, che confermano questa origine infernale, come rappresentazioni degli inferi, ci stanno sicuramente gli stupendi mamutones sardi, che vestono corpetto rosso, calzone bianco, maschera nera o comunque scuro, pelli e campanacci sul dorso con balli e movenze atti a farli risuonare. Oppure sos issocadores, il cui abbigliamento è caratterizzato dalla tradizionale berretta sarda, con dei nastri, pantaloni molto larghi, corpetto rosso e camicia di tela.

Dai riti che compongono il carnevale si sviluppano corrispondenti forme drammatiche, che hanno quasi tutte obiettivi propiziatori. La più conosciuta in Italia di queste forme è il bruscello, una rappresentazione grezza e immediata del mondo contadino toscano, che nel caso più conosciuto, il bruscellomogliazzo, evoca in pieno una contesa tra due contadini per una ragazza, che si conclude con l’immancabile matrimonio. Questo rito ricorda ovviamente l’arbuscello fronzuto del leccio, del cipresso o di altro albero, che in genere viene utilizzato per accendere il fuoco nel camino. Legna secca con rami sottili che prende subito fuoco. In questo caso viene piantato al centro della scena, adorno di aranci e tanti colori. Simile trama rappresentativa svolgono, dato che si ispirano allo stesso auspicio fecondativo e di rinnovamento, tantissime farse del mezzogiorno d’Italia, notoriamente prodigo di melodrammi e rappresentazioni in scena di derivazione classica. La Canzone della Zeza del secolo XVIII, che era una rappresentazione nel carnevale da lazzaroni sulle pubbliche strade e nell’800 nei teatri più popolari di Napoli, sempre sul tema del matrimonio contrastato e della vita alla fecondità.

Altre forme drammatiche popolari, che in Europa predominano presso i popoli di lingua e costumi germanici e nordici, consistono quasi sempre nella rievocazione di una lotta (anche tra stagioni, come forma di bene e male trasposto nei cambiamenti astronomici), che per un principio etnologico conosciuto giunge a propiziare il nuovo ciclo di rinascita annuale. A questi due principi fondamentali di lotta e nozze, si ispirano le danze di corteggiamento, che quando sono collegate al Carnevale, rivelano il loro vero significato propiziatorio.