Fin dalla sua nascita il web è nato libero. Il suo fondatore, sir Tim Berners-Lee, l’ha sviluppato al Cern, nella forma che oggi conosciamo (il protocollo http), rinunciando a brevettarlo. Se Berners-Lee l’avesse brevettato oggi lui sarebbe l’uomo più ricco del mondo, e noi tutti un po’ meno liberi. Invece già dalla nascita il web si è posto come strumento fondamentale di libertà, di espressione, di volontà. Oggi ovviamente è andato molto al di là della visione utopistica proclamata a metà degli anni Novanta, quando le comunità erano poche e la diffusione della rete un fenomeno di culto. Rimane però intatta la capacità della rete di essere un potente strumento di comunicazione. La vera differenza dagli altri media, infatti, è che il web si auto-produce a costi sostanzialmente limitati. Questa capacità di proliferare è dovuta al fatto che il web è si gratis, come è gratis andare in piazza. Tuttavia anche nella piazza si posizionano i cartelloni pubblicitari. E’ stata la pubblicità, paradossalmente, a liberare il web e non è un caso che la sua forma più completa, il cosiddetto web 2.0, nato dal contenuto generato dagli utenti, sia esplosa con l’affermazione di una piattaforma pubblicitaria basata sui contenuti contestuali, cioè AdWords di Google.

Questa concomitanza potrebbe far inorridire i filosofi della prima ora perché Google dopotutto è un’impresa commerciale, ma anche il motore di ricerca californiano ha concorso alla diffusione del web e alla sua democratizzazione, con strumenti di ricerca immediati, gratuiti, raggiungibili da qualunque periferica. Per questo motivo siamo qui, per informare liberamente, dare possibilità a chiunque di esprimersi, offrire approfondimenti, sfruttando lo strumento del web. Il web è democrazia, ma non bisogna essere ingenui. Chi preconizza la democrazia digitale deve fare i conti con le limitazioni tecniche che impediscono un controllo a monte. I server dove vengono ospitati i dati hanno un costo di spazio, di manodopera, di sviluppo, di energia. Questo significa che anche massimizzando i profitti, anche lo spazio sul web è una questione di business. Non possiamo pensare di custodire i server come si custodisce la riserva nazionale della Banca d’Italia, per rendere i dati inaccessibili, perché il server dipenderebbe da molti fattori esterni, che non assicurerebbero la solidità del sistema. Però il web è partecipazione ed essa infonde democrazia o comunque una chiamata di responsabilità, soprattutto grazie all’utilizzo delle moderne tecnologie portatili, che consentono a chiunque di accedere ai social network da ovunque. Se prima le rivoluzioni partivano da piccoli scantinati, ora cominciano con un tam-tam su Facebook, su Twitter e sugli altri siti di aggregazione sociale. Anche le radio furono subito online, con siti come broadcast.com di Mark Cuban, venduta poi per diversi miliardi a Yahoo. Oggi la musica scorre attraverso le vene del web ed è possibile riascoltare i programmi preferiti alla radio, attraverso servizi di podcast che le emittenti radiofoniche di tutto il mondo mettono a disposizione degli ascoltatori.