Torniamo ancora una volta a parlare del Festival dei Sanremo e dell’esito, piuttosto scontato per chi è del mestiere, che ha visto trionfare il gruppo vocale tenorile de Il Volo. Il successo era atteso almeno per due motivi: il primo e più importante è che questi 3 ragazzi sono un prodotto della RAI, vengono da un talent organizzato dalla tv pubblica e sono stati, per così dire, scoperti proprio da dirigenti e autori della RAI. Sanremo veniva da troppi successi marchiati Maria de Filippi, la regina della tv concorrente, attraverso le voci uscite da Amici o da programmi simili. I talent ormai spopolano anche a Sanremo, che infatti è diventato una sorta di talent. Poi c’è il fatto che i ragazzi de Il Volo sono sicuramente bravi, hanno un po’ di talento e loro voci sono sufficientemente potenti da distinguersi tra una marea di voci stonate, deboli e per nulla interessante. Però il tutto obiettivamente si ferma qui, almeno per me. Che questi tre abbiano successo è una buona cosa, ma che lo abbiano fuori d’Italia, almeno finora, è la prova che essi sono un progetto internazionale basato su un semplice assunto: rappresentano l’idea di musica italiana che hanno gli americani. Ma attenzione: non gli americani che vanno ad ascoltare l’opera in importanti teatri o ad ascoltare le orchestre tra New York e Chicago. No, parliamo del grande pubblico americano dei talent che sta alla tv come quello italiano e che pensa che la pizza newyorkese sia la vera pizza italiana. Pensa che la “parmigiana” sia una cotoletta da mettere sopra un piatto di spaghetti. Pensa che gli spaghetti con polpette si preparino mettendo delle polpette giganti sopra un po’ di sugo e il resto del piatto senza condito. Insomma, sono quelli che hanno un’idea americana dell’Italia che è un’idea distorta e che trova nel bel canto e nel buon cibo il massimo della distorsione e in qualche caso della truffa.

Perché nel paese dell’opera e del bel canto, delle orchestre e del melodramma, delle costruzioni artificiali come quelle de il Volo non dovrebbero trovare cittadinanza. Il volo sta alla musica lirica come Gigi D’Alessio sta alla musica napoletana, si tratta di una bastardizzazione per le masse che sicuramente non nega il talento, sia il Volo che D’Alessio ne hanno abbastanza da farci una carriera remunerativa, a differenza nostra, ma che veicola un’idea sbagliata di una ricchezza tipicamente italiana. Tutto si può dire che è cominciato con Pavarotti, che è stato il pioniere dei vari crossover tra musica lirica, considerata colta, e musica leggera. Il maestro però lo faceva a scopo di beneficenza e la sua attività principale rimaneva quella tenorile, di alto livello, riconosciuto in tutto il mondo non solo dal pubblico, ma soprattutto dalla critica specializzata. Bocelli è l’imitazione di Pavarotti adattata al nuovo genere operatic pop, che mischia elementi pop con il canto lirico, non a caso Bocelli ha avuto un tremendo successo di pubblico proprio in America, ma non dalla critica specializzata di musica lirica, ma dalla critica e dal pubblico di genere della musica leggera. Per questo motivo un’operazione commerciale come quella de Il Volo non dovrebbe attecchire nel nostro paese, che è abituato a giudicare la bontà di un progetto artistico misurandolo con esempi più fulgidi, da Pavarotti a Caruso, limitandoci giusto a due nomi conosciutissimi. Eppure attecchirà, anche perché sono pensati per il pubblico di massa, dove già stanno dimostrando di avere sufficiente successo.