Il basket americano è tra gli sport più popolari nel pianeta. La NBA è la lega sportiva più internazionale e riconoscibile a livello globale, grazie alla fama di campioni celebrati che si sono succeduti nel tempo, come Wilt Chamberlain, Julius Earving, Larry Bird, Magic Johnson, Michael Jordan, Shaquille O’Neal, Allen Iverson, Kobe Bryant, Tim Duncan, Kevin Garnett, Dirk Nowitzky e i nuovi eroi LeBron James, Stephen Curry, Kevin Durant, James Harden, Russell Westbrook, Kyrie Irving, Giannis Antetokounmpo e Kawhi Leonard.

La NBA ha un funzionamento totalmente diverso dalle leghe dei campionati europei a cui siamo abituati. Ecco alcune differenze tra la NBA e – ad esempio – la Serie A o la Premier League.

Nella NBA non ci sono retrocessioni – come nelle altre leghe americane, la NBA è un’associazione che non dipende dal comitato olimpico americano. A dipendere da questo è il cosiddetto TEAM USA, cioè le nazionali di basket americano a ogni livello. Per cui la NBA è una lega di diritto privato formata dai proprietari delle squadre, che hanno una governance centrale a New York City e amministra un patrimonio stimato nel valore di 30 miliardi di dollari. Sostanzialmente partecipano delle franchigie (le “squadre”) che per opportunità storiche, ampliamenti e considerazioni economiche fanno parte del consesso. La NBA non ha sempre avuto 30 squadre come ora, ha conosciuto il fenomeno delle “espansioni”, cioè l’aumento delle franchigie partecipanti. Le squadre storiche sono i Boston Celtics, i New York Knicks, i Lakers (prima a Minneapolis e poi a Los Angeles), gli Warriors vincenti nel 2015, 2017 e 2018, i Philadelphia 76ers, Milwaukee e gli Hawks (tra St. Louis e Atlanta).

Il mercato si fa attraverso gli scambi – i giocatori di basket non hanno cartellini. Il loro tesseramento è sostanzialmente un contratto con la Lega, che infatti non muta cambiando franchigia. I proprietari hanno potere assoluto sulle trade: cioè possono scambiarsi i contratti, senza modificare una virgola. I giocatori firmano i contratti con l’agent (il loro rappresentante) e diventano free agent quando terminano il contratto (una sorta di parametro zero). I contratti NBA sono i più ricchi del pianeta, LeBron James guadagna 30 milioni all’anno solo dalla sua squadra, escluse le sponsorizzazioni. Per poter funzionare, gli scambi devono pareggiare i salari. Se scambio un giocatore con lo stipendio da 15 milioni di salario, devo assolutamente prenderne o uno con lo stesso stipendio o almeno 2, 3 anche 4 che però pareggino quei 15 milioni. Questo perché esiste il salary cap: cioè il tetto salariale che può essere superato solo firmando i propri giocatori. Una volta superato un limite le squadre pagano la luxury tax: per ogni dollaro pagato in più ai giocatori, ne viene versato un altro alla Lega che lo ridistribuisce alle altre franchigie.

Non esistono la primavera e le academy giovanili. Il reclutamento dei giovani campioni avviene attraverso il consolidato sistema sportivo universitario (la NCAA). Questi si dichiarano eleggibili attraverso il Draft. Questo avviene secondo un ordine di probabilità desunto dal piazzamento della stagione precedente. In sostanza le squadre che non partecipano ai playoff vanno alla cosiddetta Lottery. Prima si estrae l’ordine di scelta, dopodiché si procede alla vera e propria selezione. Le prime scelte sono quelle più importanti e mediamente poterle selezionare assicura un futuro alla franchigia. Le scelte possono essere anche scambiate per aumentare il valore di mercato di uno scambio. Alle scelte partecipano tutti coloro che si rendono eleggibili, compresi dunque i giocatori provenienti da leghe straniere, come quelle europee.

Ormai la NBA è una lega multietnica che ospita giocatori di tutti i continenti in ruoli importanti: tra i più famosi giocatori provenienti da altri paesi all’infuori degli States ricordiamo Hakeem Olajuwon (poi naturalizzato), Tim Duncan (di passaporto americano), Drazen Petrovic, Toni Kukoc, Dirk Nowitzki, Manu Ginobili, Tony Parker, Rudy Fernandez, Pau Gasol, Marc Gasol, Fabricio Oberto, Nenè Hilario, Yao Ming, i nostri Gallinari, Bargnani e Belinelli e più recentemente Ben Simmons, Joel Embiid, Al Horford, Rudy Gobert, Andrew Wiggins, Giannis Antetokounmpo, Kristaps Porzingis, Nikola Jokic, Goran Dragic, Ricky Rubio, Steven Adams, Clint Capela, Dennis Schroeder, Enes Kanter e Tristan Thompson.

Si giocano 82 partite tra divisioni e conference – dal momento che gli USA conoscono diversi fusi orari e che le grandi città, mediamente, sono distribuite tra le due coste, come in altri sport, la lega è organizzata in due conference. I vincitori della Conference Ovest incontrano la vincente della Conference Est nelle NBA Finals, dopo una serie di playoff che portano a scontrarsi le 8 migliori squadre di ciascuna conference. Non si giocano partite di andata e ritorno, ma incontri multipli tra le rivali di Division. Esistono tre Divisioni in ogni Conference: Atlantic, Central, Southeast, Pacific, Northwest e Southwest. Ogni sfida è al meglio delle 7 gare, significa che per passare il turno o vincere il titolo servono 4 vittorie. La squadra con il miglior “record”, cioè la percentuale tra vittorie e sconfitte, ha il vantaggio del fattore campo. Nel basket, come è noto, non esiste il pareggio. La classifica è organizzata all’interno delle Division e delle Conference, quest’ultima fa testo per le sfide nei playoff.

Normalmente le squadre favorite vincono il titolo, perché la presenza delle stelle è determinante, ma talvolta possono capitare dei miracoli sportivi dovuti alla grande capacità dei dirigenti o dei coach. La tendenza degli ultimi anni è quella di ammassare più all stars per squadra, formando spesso i cosiddetti big 3 (tre grandi). La squadra campione NBA tre volte negli ultimi 4 anni, i Golden State Warriors, può allineare il due volte MVP Stephen Curry e l’ex MVP e due volte MVP delle Finals Kevin Durant, insieme a tre altri giocatori di assoluto valore come Klay Thompson, Andre Iguodala e Draymond Green.

A livello tecnico e tattico siamo assistendo alla “rivoluzione del tiro da tre punti” che di fatto ha depotenziato la figura dei lunghi classici, che giocavano sotto canestro, a favore di ali veloci, in grado di aprire il campo con tiro da tre e guardie d’attacco con ampio raggio di tiro come Curry, Irving, Harden e Thompson. Squadre forti difensivamente, soprattutto sugli esterni, come Golden State, Boston e San Antonio, riescono ad andare avanti nei turni di playoff, combinando un tipo di attacco “pace and space” (cioè corsa e spazio) con una difesa serrata.

Fino all’avvento di questa rivoluzione, iniziata prematuramente dal coach italo-americano Mike D’Antoni nei Phoenix Suns di Steve Nash, le squadre favorite erano quelle che potevano vantare lunghi di impatto difensivo e offensivo, come le ali grandi K. Garnett, Pau Gasol, Duncan, K. Malone, C. Barkley e centri dominanti come Shaquille O’Neal, D. Robinson, Kareem Abdul Jabbar, Wilt Chamberlain, Hakeem Olajuwon, Moses Malone e Bill Russell unite spesso in combinazione con un forte esterno o una guardia di prestigio (Oscar Robertson, Jerry West, Julius Earving, Magic Johnson, Larry Bird, John Stockton, Manu Ginobili, Dwayne Wade, Kobe Bryant). Giocatori di impatto generazionale come Michael Jordan, L. Bird, Magic e LeBron hanno rappresentato o rappresentano il meglio del gioco su entrambi i lati del campo, con una enorme capacità di lettura offensiva e difensiva.

Le finali NBA come gli altri turni si giocano al meglio delle sette partite. La finale di gara 7 del 2016, tra Golden State Warriors e Cleveland è stata la più vista degli ultimi anni, quella del 2018 con gli stessi avversari, la più scontata. Attualmente veniamo da 4 anni di sfide tra i Cavaliers di LeBron James e i Golden State Warriors, ma squadre come i Boston Celtics, Houston Rockets e Philadelphia 76ers promettono di dare battaglia.

La NBA a livello di ascolti non è sempre stata popolare. Prima della rivalità tra Magic Johnson e Larry Bird era molto scaduta, travolta da scandali relativi all’uso della cocaina tra i giocatori, allo scarso spettacolo in generale. Con l’arrivo di Bird e Magic e la rinnovata rivalità tra Celtics e Lakers, due franchigie agli opposti, che da sole hanno vinto quasi la metà dei titoli messi in palio, la NBA ha conosciuto una clamorosa crescita globale. La definitiva esplosione di Michael Jordan ha contribuito a farne un fenomeno globale, tanto che negli anni ’90, all’epoca della grande stella dei Bulls, si battevano tutti i record di ascolti.

Nell’ultima stagione, la 2017-18 si sono battuti nuovi record di ascolto. Il capo della Lega è Adam Silver, succeduto al leggendario David Stern, che ha portato la NBA ai livelli attuali. Tra i proprietari delle squadre figurano dei pezzi grossi dell’industria e della finanza americana. Due provengono dalla Microsoft (Ballmer dei Clippers e Paul Allen proprietario dei Portland Trailblazers), il proprietario dei Miami Heat è lo stesso del gruppo Carnival. In genere le franchigie sono possedute da veri e propri consorzi che sfruttano la loro abilità per aumentare il valore della loro proprietà. Le squadre più importanti valgono più di due miliardi di dollari.